Come depurare le acque in alta quota? Parte il progetto di fitodepurazione nel Parco Nazionale Gran Paradiso

Il trattamento delle acque reflue prodotte nei rifugi alpini rappresenta un problema gestionale complesso, vista l'impossibilità di collegare gli scarichi dei rifugi a reti fognarie convenzionali e spesso di poter realizzare e gestire impianti di trattamento delle acque reflue convenzionali.

                             

L’interesse dell’uomo per la montagna ha incrementato le presenze turistiche in alta quota.  Numerosi sono infatti i rifugi collocati in prossimità degli itinerari montani che si sviluppano sulle nostre Alpi, che offrono un posto letto o un pasto caldo ad escursionisti, alpinisti e turisti durante un’escursione. Ne sono esempio il Rifugio Pontese ed il Rifugio Savoia, entrambi localizzati nel territorio del Parco Nazionalel Gran Paradiso.

Spesso i rifugi alpini sono collocati in prossimità di zone caratterizzate da un'elevata ricchezza paesaggistica e naturalistica; tra queste zone particolarmente "sensibili" rientrano sicuramente i laghi alpini, ambienti di grande interesse naturalistico, scientifico e turistico, caratterizzati da ecosistemi acquatici ben conservati. In queste circostanze si rende necessaria una gestione delle acque reflue che renda sostenibile l’impatto dell’attività antropica, per la tutela dei delicati equilibri legati agli ambienti acquatici di alta quota.

Oltre alle strutture turistiche come i rifugi, un'altra fonte di carichi organici concentrati in ambiente alpino è rappresentata dalle stalle per il ricovero e la mungitura del bestiame. Nel caso dell'’attività agro-zootecnica gli effetti negativi riguardano prevalentemente la banalizzazione dei pascoli e dei prati magri.

In entrambi i casi, l’applicazione di sistemi di fitodepurazione rappresenta una valida soluzione per il trattamento secondario delle acque reflue prodotte dai rifugi e dalle malghe. In montagna l’applicazione di tali sistemi assume un significato fortemente sperimentale e dimostrativo, soprattutto nell’ottica di una gestione efficiente delle acque reflue nelle aree montane, interessate dalla presenza di strutture di ricezione turistica.

Con specifico riferimento alla caratteristiche geomorfologiche delle zone montane, dove sono disponibili superfici piane ridotte, le tipologie classiche di fitodepurazione non sempre sono realizzabili e sono state ricercate soluzioni alternative rispetto a quelle tradizionali, quale può essere la fito-pedodepurazione. In questo caso la depurazione non si basa più sull’impiego di piante che crescono in ambiente umido ma sull’impiego di un substrato efficiente nella rimozione degli inquinanti contenuti nelle acque reflue, quale la zeolite, atto ad integrare l’azione dei processi biologici di degradazione degli inquinanti stessi e riducendo anche la necessità di spazio. Le piante radicanti impiegate svolgono un ruolo fondamentale di mantenimento della capacità adsorbente e degradante del suolo, asportando i composti inquinanti bloccati sul substrato. Le specie vegetali sono messe a dimora su uno strato di terreno collocato sopra lo strato di zeolite, prediligendo l’utilizzo di tipologie vegetazionali compatibili con le condizioni climatiche del sito, che colonizzano naturalmente i prati alpini posti a quote elevate, quali Senecio cordatus, Leucanthemopsis alpina, Chenopodium bonus henricus. Si tratta, infatti, di specie erbacee le cui esigenze ecologiche sono compatibili con le condizioni climatiche e stazionali del sito.

Nel territorio del Gran Paradiso, è prevista la realizzazione di due impianti di fito-pedodepurazione, entrambi a carattere sperimentale, per il trattamento delle acque reflue del Rifugio Pontese, localizzato ad una quota di circa 2.200 m s.l.m. e del Rifugio Savoia, ad un’altitudine di 2.520 m s.l.m..  Queste azioni rientrano nel Progetto LIFE+BIOACQUAE, finanziato dall’Unione Europea e promosso dal Parco Nazionale Gran Paradiso, con l’obiettivo di migliorare la qualità degli ambienti acquatici d’alta quota, ambienti unici e di elevato valore naturalistico, ma estremamente vulnerabili.

In entrambi i casi, la presenza limitata di spazio rende vincolata la scelta di utilizzare un impianto di fito-pedodepurazione. Inoltre la quota a cui sono posti i rifugi, preclude all’impiego di specie vegetali compatibili con le condizioni climatiche del sito, prevedendo nello specifico l’utilizzo di zeolite e la messa a dimora nello strato di terreno soprastante di specie erbacee autoctone, colonizzanti naturalmente i prati alpini dell’area di intervento.

La realizzazione degli impianti di fito-pedodepurazione, pur presentando alcune difficoltà realizzative tecniche legate alla scarsa accessibilità delle aree superabili con una buona organizzazione della fase di cantiere, rappresenta un valido metodo per l'affinamento delle acque reflue prodotte dai rifugi, in aree dove l’elevata naturalità dei paesaggi evoca nella maggior parte dei frequentatori di questi luoghi un perfetto equilibrio tra uomo e natura, dove le criticità di questo presunto equilibrio devono essere circoscritte e risolte.

                              

articolo di Massimo Sartorelli, Cesare Puzzi e Beniamino Barenghi BLU Progetti, S.r.l.

Ecosistemi acquatici: l’ecosistema  è l’insieme delle componenti viventi (chiamate biotiche dal greco βίος (bios): vita)  e non viventi (fattori fisici e chimici) presenti in un dato ambiente, e può essere terrestre o acquatico. Gli ecosistemi acquatici si dividono in ecosistemi di acqua dolce o marini.

Fitodepurazione: naturale processo di depurazione, che avviene nelle aree umide naturali dove, ad opera di organismi animali e vegetali presenti nel suolo e nelle acque, si attuano meccanismi di depurazione attraverso processi fisici, chimici e biologici. La microfauna degrada il carico organico presente nei reflui, rendendo disponibili elementi nutritivi, utilizzati a sua volta dalla vegetazione per la creazione di biomassa vegetale.

Geomorfologia :  studia le forme della superficie della Terra, quindi la sua morfologia

Fito-pedodepurazione: questi sistemi prevedono l’impiego di scambiatori ionici (quali la zeolite) e fasi minerali adsorbenti, ad integrazione dei normali processi biologici. Tale processo è basato sulla rivalutazione del ruolo del suolo nel processo depurativo, dove naturalmente hanno sede processi che intrappolano e degradano le sostanze inquinanti, restituendo acque depurate e a minor carico organico. Le piante asportano poi i composti bloccati e aiutano la degradazione biologica nell’impianto, portando ossigenazione.

 

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